luglio 2018

Seconda ripresa: nella terra di mezzo

di Francesca Casagrande, personal trainer professionista e pugile dilettante per il Team Lu.Co. 1950

Primo gong. Montante che si blocca a mezz’aria prima di raggiungere il bersaglio. Angolo, sgabello, sudore. Sputo il paradenti tra le mani del mio secondo mentre il maestro, accovacciato davanti a me, mi massaggia energicamente i quadricipiti e parla a raffica dandomi indicazioni per la gestione della ripresa successiva. Abbiamo sessanta secondi. Sessanta secondi perché il cuore torni a battere ad un ritmo regolare, sessanta secondi per ossigenare i muscoli e il cervello, sessanta secondi per decidere come attaccare nei prossimi tre minuti.

La mia pelle rovente è imperlata di sudore, sento la testa pulsare stretta nel caschetto protettivo. Prendo aria. In questo momento tutte le mie terminazioni nervose sono ipersensibili, massicce dosi di adrenalina sono entrate a pieno ritmo nel circolo sanguigno e stanno contribuendo ad accrescere sempre di più la mia combattività agonistica.

Ciascun atleta si differenzia dagli altri per l’unicità di alcune caratteristiche specifiche, come, per esempio, i tempi di reazione alle catecolamine. Per quanto riguarda me, tutta la prima ripresa mi serve, generalmente, per entrare appieno nel match sia dal punto di vista fisico che psicologico. Ciò può rappresentare uno svantaggio, dal momento che mi costringe a ridurre il margine di errore nei successivi sei minuti; al contempo, però, mi permette di sviluppare una naturale parabola positiva nella gestione dell’incontro, andando ad aumentare l’intensità mano a mano che ci avviciniamo alla fine.

È molto importante conservare la motivazione e le riserve energetiche necessarie per premere il piede sull’acceleratore nell’ultima ripresa: la netta supremazia sul finale può fare la differenza, soprattutto al termine di un match molto combattuto. Come dice sempre il mio maestro, i giudici di gara ricordano bene l’inizio e la fine: è importante impressionare fin da subito e dominare fino all’ultimo. In questo senso, si può affermare che la seconda ripresa sia una sorta di terra di mezzo. Forse, sotto certi aspetti, il momento dell’incontro più difficile da gestire: da un lato il corpo è caldo e reattivo, i bronchi dilatati e tutti i sensi sono in allerta; dall’altro, una parte delle energie è già stata consumata, la tensione brucia più rapidamente l’ossigeno portando velocemente il pugile alla condizione di affanno.

In questa fase, le risorse vanno calibrate in maniera ottimale: anche un piccolo errore può compromettere l’esito della prestazione

Fuori i secondi. La voce tonante dello speaker invita i maestri ad abbandonare il ring: il tempo di recupero sta finendo e mancano dieci secondi al suono della campana. Due mani mi allungano nuovamente in bocca il paradenti, stringo le dita a pugno e batto forte i guantoni l’uno contro l’altro. In piedi all’angolo rosso, scalpito come un animale in gabbia, pronta a lanciarmi contro la mia avversaria.

L’arbitro si porta al centro del ring, ci guarda, passa qualche istante. Sono frazioni di secondo, sembrano secoli. Sfoderiamo un sorriso per mostrare di indossare entrambe la protezione, ma sembriamo ringhiare. Din-din, seconda ripresa.
Cambio di strategia rispetto al round precedente: è il momento di far sentire i colpi. Non appena avverto il suono della campana, mi avvento contro l’avversaria quasi cogliendola di sorpresa. Pianto bene i piedi a terra e avanzo come un carro armato muovendo il tronco a destra e a sinistra con le mani davanti al viso. Le mie oscillazioni e la posizione dei guantoni impediscono all’altra pugile di colpirmi il viso. La vedo agitarsi. Allunga il jab per tenermi lontana. Cerca di scappare seguendo il perimetro delle corde. Le taglio la strada. Rapidamente balzo a destra per poi spostarmi nuovamente a sinistra: non ha più via d’uscita. Passo e colpo, passo e colpo, passo e colpo: le piombo addosso con una scarica di diretti che la costringe ad arretrare fino a ritrovarsi chiusa all’angolo; è quello blu: il suo.

I suoi maestri sono lì sotto a pochi centimetri da noi: vista privilegiata sullo spettacolo. Mi trovo in posizione di netto vantaggio. La mia avversaria è confusa dal mio attacco, ha subito la potenza del mio diretto destro e ha impiegato troppo tempo per reagire; nel frattempo, ho continuato a tempestarla di colpi. Decido di provare i ganci al corpo uscendo e rientrando: esco, gancio sinistro, rientro, gancio destro. Bocca dello stomaco. Milza. Devo essere chirurgica, rapida, potente. Se non pianto i piedi a terra, non carico i colpi con la rotazione del busto e non prendo bene la mira, i miei pugni saranno poco efficaci e la mia avversaria avrà il tempo di reagire o scappare.

Tutti questi pensieri affollano la mia testa in pochi istanti. Una delle maggiori difficoltà durante il combattimento consiste nel fatto che manca il tempo per riflettere eppure è richiesto che ogni gesto sia compiuto con la massima consapevolezza tattica e strategica. La mente deve rimanere lucida e concentrata anche quando, negli scambi di fuoco, il debito d’ossigeno o il dolore per qualche pugno subito annebbiano il cervello. In questo frangente, l’acquisizione di esperienza dà un notevole contributo alla capacità di continuare ad esercitare il controllo in momenti difficili.

Ora la mia avversaria è in balìa della mia scelta strategica. Sono riuscita a disorientarla con il mio attacco e ad anestetizzarla con la potenza del mio diretto, ma, a breve, l’esperienza e la combattività che la contraddistinguono le permetteranno di reagire. Devo affondare i miei colpi, prima che sgusci via dall’angolo o provi a girarmi contro le corde.

Sinistro. Destro. Scarico altri due diretti all’altezza del viso per obbligarla a proteggersi maggiormente. Immediatamente le sue mani si alzano. Mi abbasso in flessione sulle gambe e contemporaneamente porto verso l’esterno il piede destro disegnando un semicerchio. La distanza tra i due piedi deve essere perfetta: basta poco, e perderò l’equilibrio necessario per caricare il colpo. Qui, pochi centimetri fanno la differenza. All’inizio, durante gli allenamenti, ho dovuto provare e riprovare miliardi di volte; adesso, invece, mi sposto e basta. È automatico, è spontaneo, è semplice.

Se c’è una cosa che la boxe mi ha insegnato, è l’arte della pazienza: l’apprendimento richiede tempo, disciplina e rigore

Piede destro verso l’esterno. Semicerchio. Appoggio perfetto, distanza millimetrica, rotazione del busto, rotazione della spalla. Colpo circolare. Scarico tutta la mia potenza nell’arto sinistro che, con la precisa combinazione di rapidità e distanza, va ad affondare nella pancia della mia avversaria, proprio all’altezza della bocca dello stomaco. Sento i suoi muscoli addominali sciogliersi sotto il mio guantone mentre soffoca un gemito di sofferenza e capisco di averle tolto il fiato. Lo so perché anch’io, una volta, ho subito un colpo simile ed è stato come un’apnea infinita.

Sono pronta a rientrare con il gancio destro: il mio colpo migliore. Se vado ancora a segno con la stessa precisione, potrei mandare la mia avversaria al tappeto. Se dovesse riuscire a restare in piedi, l’arbitro potrebbe contarla. Mi lascio distrarre un solo istante da questo pensiero. Inizio lo spostamento, pronta a caricare il destro.

È un attimo: non ho riportato il sinistro. Ho la mano bassa, il volto è scoperto. Un dolore atroce annebbia tutto. Una manciata di secondi di buio. Fa così male che non capisco nemmeno da dove arrivi, impiego qualche momento prima di comprendere che, con un ultimo residuo di lucidità e ferocia, la mia avversaria ha colto il mio errore e liberato un montante dritto verso la mia mascella. Stordita, faccio un balzo all’indietro e inizio a girare per riprendere forze e fiato.

La boxe è fatta di istanti: attimi che cogli, attimi che perdi. Ho perso il mio attimo e adesso devo fare di tutto per vincere il mio match.


NDR: Pur consapevoli che questa emozionante serie di racconti si discosti dagli approfondimenti di natura tecnico-scientifica normalmente pubblicati su TrainingPedia, dopo averla letta, non abbiamo saputo resistere dal pubblicarla.

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