gennaio 2018

Prima ripresa: studia il tuo avversario, studia te stesso

di Francesca Casagrande, personal trainer professionista e pugile dilettante per il Team Lu.Co. 1950

Voci ovattate giungono dall’esterno raggiungendomi anche tra le mura scrostate dello spogliatoio. Ci siamo. La folla acclama i pugili, impaziente di vederci danzare sul ring dando vita alla magia.

La prima volta che ho messo piede in una palestra di pugilato, mi sembrava di esser finita in un film: il ring al centro, i sacchi tutti intorno. Odore di corpi sudati; sibilo delle corde che rapide e invisibili fendono l’aria ad ogni giro; assordante rumore di colpi ripetuti, scarica dopo scarica, senza sosta. Mi sono cambiata vincendo il freddo pungente della struttura senza riscaldamento, impaziente di cominciare a scaldarmi con gli altri. Era tutto nuovo, stranissimo e bellissimo.

Ultimi cinque minuti di corda prima di lasciare lo spogliatoio e camminare a testa alta verso il ring. Ho già scaldato le articolazioni e l’addome, massaggiato il collo e il naso e fatto un po’ di passate con il maestro.

Fare le passate significa riprodurre e ripetere figure e combinazioni che andranno combinate tra loro durante il combattimento. Per alcuni pugili questa pratica è molto utile poiché aiuta a visualizzare ed interiorizzare specifici schemi d’azione al fine di ripetere in gesto tecnico nel modo più preciso e istintivo possibile al momento giusto. Per me, le passate prima del match rappresentano anche un momento di scarico della tensione e, al contempo, ricarica energetica. É un po’ una forma rituale: anche i guerrieri cercano un po’ di sicurezza prima della battaglia.

Lascio lo spogliatoio; la musica si alza per accompagnare la camminata dei due pugili verso il quadrato. La mia avversaria si trova sul lato opposto, in blu, perciò tocca prima a lei raggiungere il ring. Ho un faro puntato addosso e sto per avanzare in mezzo al pubblico su un tappeto rosso, rosso come la mia divisa. Pantaloncini, canotta, calzettoni, stivaletti.. c’è tutto. Il mio maestro mi porge il paradenti e si prepara ad allacciarmi il caschetto e i guantoni. Non mi piace quest’angolo: di solito, sto di casa a quello blu. In questi momenti un sacco di pensieri affollano la mente e bisogna immediatamente alzare le difese per non farli passare, altrimenti diventano soffocanti. É importante rimanere lucidi.

Le paure fanno un rumore assordante, ma il pugile deve ascoltare il maestro.

Il momento immediatamente prima di salire sul ring è, in assoluto, una delle esperienze più intense che una persona possa sperimentare. Personalmente, amo questi istanti in maniera incondizionata, anche se ogni volta che mi trovo a viverli c’è sempre una frazione di secondo in cui vorrei, letteralmente, scappare.

Il maestro mi allaccia il caschetto sotto il mento; tiene saldamente i guantoni mentre ci affondo dentro le mani spingendo verso il basso e poi stringe con forza il velcro. Ci guardiamo dritti negli occhi. Ci stiamo battendo il cinque con lo sguardo. Senza parlare, mi sta dicendo di salire e far vedere di che pasta sono fatta. Io nutro una fiducia incondizionata nel maestro, e in questi momenti è importantissimo sentire che anche lui ha fiducia in me. Ogni volta che arriviamo ad un match, ci arriviamo insieme. Il bagaglio che portiamo sul ring è frutto del nostro lavoro. Della mia attenzione e della sua cura. Della sua pazienza e della mia tenacia.

Sul ring la mia avversaria ed io ci scambiamo occhiate di fuoco da un angolo all’altro del quadrato.

Prima di cominciare, l’arbitro ha l’obbligo di controllare che indossiamo tutte le protezioni: paraseno, conchiglia di protezione inguinale, paradenti rigorosamente non rosso. Oggi l’arbitro è un uomo, indossa la solita camicia bianca e il farfallino nero e mantiene lo sguardo impassibile mentre mi chiede di battere le mani sulle protezioni per dimostrare di averle addosso, poi mi tasta i guantoni per verificare che non vi sia qualcosa di duro all’interno. Queste brevi operazioni di rito precedono l’imminente inizio dello scontro.

Il cuore inizia a pompare adrenalina, i battiti cardiaci aumentano, il pubblico tutt’intorno scompare dalla mia vista e le urla della folla sembrano lontane e indistinte. Quando l’adrenalina inizia a circolare nel sangue in dosi così massicce, il corpo reagisce mettendo in modo tutta una serie di reazioni per fronteggiare il pericolo: aumentano la forza e la frequenza delle contrazioni cardiache, sale la pressione arteriosa, si inducono fenomeni di glicogenolisi epatica e muscolare e si dilatano i bronchi. In breve: siamo pronti a sopportare uno sforzo psicofisico molto intenso.

Il momento peggiore consiste nei primi secondi dal suono della campanella. Una rapida fase di adattamento fisico e mentale alla battaglia, è preceduto da qualche istante di smarrimento in cui l’ansia predomina. Brevi secondi dal sapore di infinito prima che si accendano le prime schermaglie; poi, al primo contatto, il corpo si scioglie, la mente si libera, i polmoni si fanno più leggeri e gli occhi diventano due fessure di ghiaccio, pronti a intercettare ogni minimo movimento che anticipi la partenza di un colpo piuttosto che di un altro.

Sono al centro del ring. Gamba sinistra avanti. Piede sinistro puntato. Allungo e ritraggo il jab rapidamente per disturbare la mia avversaria e al contempo valutare le distanze. Jab – indietro, di nuovo, di nuovo. Intanto giro, ma mantengo il centro del ring. Sento nella testa la voce del maestro: “Entra ed esci, entra ed esci”. Accorcio la distanza e appena sfioro con il jab il suo guantone, ritiro il sinistro e scarico il destro come una fucilata. Va a segno. Preciso. La mia avversaria risponde con due diretti ma io ho già fatto un balzo indietro e sono tornata al centro del quadrato; lei va a vuoto, io mi ricompongo e sono pronta a ripartire.

Avanti e indietro, esci e rientra, schiva e colpisci…

Ripeto a memoria tra me e me tutte le parole del mio maestro e la sua cantilena sembra guidare i miei colpi. Lavoro ancora a distanza mentre studio i difetti dell’avversaria: osservo dove si scopre quando finto un destro, guardo come si muove mentre ci giriamo intorno, la provoco allungando un gancio per vedere la sua reazione, e intanto sento salire il mio livello di concentrazione. I miei muscoli sono sempre più caldi e reattivi, al di fuori del quadrato non esiste più altro. Non sento più nulla se non la voce del maestro dall’angolo e il sangue che pulsa sempre più forte nelle mie mani strette a pugno. Scruto l’avversaria, respiro e ascolto il mio corpo. La mie gambe si muovono da sole per tagliarle la strada mentre il maestro mi urla di prenderle il tempo. Ancora qualche istante di studio prima di balzare verso di lei, piantare i piedi sulla pedana e scaricare il mio attacco.


NDR: Pur consapevoli che questa emozionante serie di racconti si discosti dagli approfondimenti di natura tecnico-scientifica normalmente pubblicati su TrainingPedia, dopo averla letta, non abbiamo saputo resistere dal pubblicarla.

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